caffè
caf│fè s.m. inv.
Bevanda ottenuta dalla torrefazione dei chicchi della pianta di caffè.
"Il caffè simboleggia piccole pause di piacere dopo una dura giornata, è un momento di relax strappato alla fatica quotidiana; contro i dissapori della vita ci vuole una tazza di caffè [...] Io per esempio, a tutto rinuncerei, tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell'oretta di sonno fatta dopo pranzo. Io stesso me la devo preparare con le mie mani. Mia moglie non collabora, mia moglie è molto più giovane di me, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sono la poesia della vita; perché oltre a farvi occupare il tempo, vi danno una certa serenità di spirito. Il caffè deve avere il colore del manto di monaco, questo non è caffè è cioccolato. Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo, prendere il caffè fuori al balcone scambiando due parole con il dirimpettaio simpatico, il caffè bisogna prenderlo con tranquillità" - Eduardo De Filippo - "Questi fantasmi" , 1946
"Na' tazzulella e' cafè acconcia a vocca a chi nun po' sapè" - Pino Daniele, 1977
"L'Italia è la patria dell'espresso e Napoli è il suo luogo di nascita privilegiato. Infatti, col passare del tempo, la tradizione napoletana ha sviluppato un'abilità particolarissima e riconosciuta nel selezionare i chicchi di caffè crudo, nella preparazione intelligente dei migliori caffè di terre diverse e nella torrefazione e macinatura, onde preparare un espresso che sia soprattutto ricco di sapore ed aroma, raffinato, con una delicata ma ben definita consistenza."
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Il caffè a Napoli è "diverso". Alcuni sostengono che sia merito dell'acqua, dalla qualità talmente pregiata da conferire a qualunque cosa un gusto inconfondibile. L'acqua è l'arcano che svelerebbe anche l'eccezionale bontà della pizza partenopea. Altri, invece, sostengono che sia merito della perizia che i napoletani hanno sviluppato in ogni fase del processo di lavorazione - dalla selezione dei chicchi alla preparazione vera e propria - facendo di questa semplice bevanda un'autentica opera d'arte.
Ogni volta che si parla di questi dettagli del mondo partenopeo, delle peculiarità della città più bella e dannata del mondo, sembra sempre di lasciarsi trascinare da una sorta di enfasi, di teatralità, di esaltazione. Se un napoletano cominciasse ad elencare le bellezze della sua città, le primizie della sua terra, i regali della natura, un inconsapevole alieno lo scambierebbe per uno sciocco megalomane.
Eppure i napoletani raramente si concedono ad esaltazioni di questo tipo, pur amando la loro città nel modo più struggente possibile. Nascono, crescono e invecchiano in un autentico Paradiso e vivono cibandosi dei doni che la natura ha riservato solo a loro, prendendo ognuno di questi con la naturalezza e la malinconia di chi sa, quasi per memoria prenatale, che non può esistere Paradiso in terra e che chi ha perciò avuto in sorte un pezzo di Paradiso, è condannato a conoscere anche l'Inferno. Questa consapevolezza paradossalmente è la più grande consolazione di chi è poi costretto ad emigrare e a trascorrere la propria vita lontano dal Paradiso, dopo esservi nato.
In un Paradiso, è naturale, quindi, che anche il più piccolo dettaglio sia un capolavoro e che un semplicissimo caffè diventi tra le bevande più buone del mondo. I napoletani godono di questo dono con pienezza e naturalezza e hanno fatto della degustazione della tazza di caffè una vera e propria filosofia di vita.
Tuttavia, non siamo in Paradiso, non ancora. Ecco che arriva, quindi, l'inferno a ristabilire l'equilibrio, a disegnare la sua esatta geometria di opposti.
La "tazzulella di caffè" oggi a Napoli è fatta sempre con la stessa perizia, schiuma e liquido devono essere in un certo equilibrio e colore, la tazza deve scottare per preservarne l'aroma. La materia prima da utilizzare non viene più scelta da chi realmente prepara il caffè. Questa fase fondamentale, che ha fatto del caffè partenopeo un'opera d'arte, è affidata ad imprese che stringono accordi con i clan camorristici, i quali impongono ai commercianti solo determinate marche e i produttori avvantaggiati versano una percentuale ai clan per ogni busta venduta.
Quasi tutti i bar di Napoli e provincia e non solo, di quasi tutta la Campania, sono costretti a fornirsi solo di alcune marche imposte. Il caffè è, infatti, uno dei più importanti business della camorra nel settore alimentare.
Sappiamo che il caffè a Napoli è una filosofia di vita, Eduardo insegnava a prenderlo dopo la pennichella e a consumarlo lentamente per gustarne completamente il sapore. Alla degustazione del caffè era associato quel momento di relax a cui non si poteva rinunciare, perché "queste piccole abitudini sono la poesia della vita".
Oggi i clan della camorra impongono ai bar , dove si compie il rito del caffè, non solo la marca specifica di caffè, qualunque prodotto cosa essa spacci per caffè, ma anche macchine da videopoker, che nessun barista può rifiutarsi di acquistare, pena "cattive previsioni" sulla sorte del locale.
Spesso i bar devono anche prestarsi a diventare il ritrovo degli affiliati del clan, ad essere luogo fisico di smercio di traffico di stupefacenti.
E' accaduto nel 2007 ad un bar della piazza centrale di Portici, è accaduto nel casertano, in particolare a Casal di Principe. Di casi recenti e non ve ne sono a centinaia.
I tempi non sono più quelli di Eduardo. Lo stile di vita cambia e si conforma a nuovi riti, a nuovi modelli.
E' la quotidianità, la normalità. E chi ci vive, purtroppo, prende tutto con la stessa malinconia e naturalezza.
Fonte:
Wikizionario - caffè
Il Mattino - Caffè dei clan ai bar - 26 Ottobre 2007
Paolo Chiariello - 20 Marzo 2008
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